Psicoterapeuti in formazione

Ogni psicologo o medico che intenda specializzarsi nella formazione teorica che sente più affine si chiede che cosa sia la psicoterapia e quali siano i suoi strumenti.

Sono due domande aperte, attorno a cui riflettiamo nei momenti difficili e piacevoli di questo nostro lavoro, in supervisione o in intervisione, e soprattutto all’inizio di questa pratica. Si potrebbe esplorare il campo ulteriormente chiedendosi quale sia l’immagine di terapeuta e di relazione terapeutica che ci ispira, e dove si fonda il senso del nostro operare che nasce e si alimenta nella relazione, che è una relazione con un Tu e con un’Alterità. Cercherò di rispondere facendo riferimento alla mia esperienza.

Vorrei raccontare la via attraverso cui ho incontrato il pensiero di Carl Gustav Jung – ricco di parole e di immagini – che ha dato orientamento ad alcune scelte della mia vita e della mia professione.  In questo articolo ho raccolto così alcune riflessioni sorte nelle conversazioni con colleghi e con i pazienti, altre tratte nel confronto avuto con docenti e supervisori durante il mio training formativo in psicologia analitica, ed infine ho voluto dare rilevanza a qualche citazione estratta dalla lettura di alcuni testi, prediletti o significativi per me, dove ho appuntato brevi note a margine.

Quando frequentai l’Università di Psicologia a Padova, uno degli esami più interessanti e che mi orientò appunto verso l’attività clinica approfondiva le diverse teorie della personalità. La scoperta dell’inconscio, il testo scritto da Ellenberg, offriva una panoramica completa sulla psichiatria dinamica e sui diversi sistemi di pensiero.  L’autore in questo saggio analizzava le pratiche antecedenti a questa disciplina, che rintracciava sia nei metodi utilizzati dai popoli delle culture antiche sia nelle sessioni dei mesmeristi e degli ipnotisti. Ellenberg esaminava poi in modo approfondito i punti di vista della psicologia del profondo, sviluppata da S. Freud, da A. Adler e da C.G. Jung, e dell’analisi psicologica di P. Janet, confrontando le differenze, le convergenze e le influenze tra i diversi modi di operare.

Il termine «psico-terapia» venne proposto ufficialmente dallo psichiatra inglese Daniel Hack Tuke nel 1872 (1), e cominciò a circolare nell’ambiente medico almeno vent’anni prima del termine «psicoanalisi». Ricordo che talking cure– il metodo della cura attraverso la parola – fu suggerito inizialmente da Anna O. al dr. Josef Breuer. Anna O. era una giovane paziente che Breuer visitava quotidianamente recandosi nella sua casa e visitandola al suo capezzale. (2)

Questa scena della relazione terapeuta/paziente può essere inquadrata nella cornice di un modello del trattamento che declina aspetti molto importanti quali la diagnosi della malattia, la prognosi e la cura della patologia. In medicina l’esercizio della Clinica comprende l’esame dei sintomi, lo studio e la cura del malato.

Quando esploriamo l’etimologia della parola – [clinico – dal lat. clinĭcus, gr. κλινικός, der. di κλίνη «letto»] – la Kliné implica, in un contesto più ampio, il dedicarsi all’arte del curare chi giace a letto. Può essere utile allora un salto indietro nel tempo per cogliere un nesso tra le antiche pratiche di cura e la moderna psicoterapia, come racconta Carl Alfred Meier.

Nel mondo greco arcaico non c’era distinzione tra afflizione fisica o psichica; chi era gravato da malattia si incamminava verso i templi (3) di Epidauro, di Pergamo o di Coo che erano luoghi sacri dedicati ad Asclepio, il dio della medicina. Pratiche di incubazione e forme rituali di purificazione venivano compiute da ogni malato prima di coricarsi nel tempio; solo dopo essersi raccolto nella Kliné, una cella attigua all’area sacra, si rivolgeva al dio, attendendo la rivelazione di Asclepio o di sua moglie Igea in un sogno o in una visione. L’epifania della divinità era terapeutica e favoriva la guarigione. Meier, che fu allievo di Jung e successivamente suo collaboratore, descrive forme rituali ancora più arcaiche che si svolgevano nella grotta di Trofonio e fa riferimento ad un episodio del medico Galeno, il quale si appellava therapeuthes del dio-padre Asclepio. Meier raccontava a tal proposito che il significato originario del termine greco “therapeuthes” indicava “coloro che si erano votati al culto di un dio”, e che in linguaggio psicologico avrebbe potuto essere trasposto in “coloro che si erano votati al culto della psiche”. (4)

Attraverso la presentazione della vita e della personalità di Jung, resa da Ellenberg, notai che gli interessi e i lavori del fondatore della psicologia analitica abbracciavano molte discipline: la psichiatria, la psicologia e la psicoterapia, e compresi il suo ruolo innovatore. Fin dagli gli anni giovanili in cui si fece le ossa lavorando al Burghölzli – la clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo diretta da E. Bleuler – Jung si era occupato del trattamento delle psicosi. Si era anche appassionato all’archeologia, alla filosofia, all’arte, alla letteratura, alle culture dei popoli, al mito e allo studio dell’Alchimia, e, altrettanto, citava nelle sue opere i testi sacri delle religioni dell’Oriente e dell’Occidente. Amava andare in bicicletta ed era un eccellente velista. Era l’esempio dello sviluppo del processo di individuazione, del diventare sé stessi che delinea la propria unicità. Un processo di trasformazione della personalità tramite cui la coscienza poteva ampliarsi grazie al confronto con l’inconscio. Una nozione teorica che apriva una nuova prospettiva, un nuovo modo di osservare i fenomeni.

Carl Gustav Jung

Trovavo molto interessante l’inclinazione che Jung aveva mostrato verso la ricerca, e questo aspetto, secondo le testimonianze di chi lo ha conosciuto personalmente, era una delle caratteristiche più salienti. Era un uomo curioso. Come scrive Toni Wolff, la sua mente era “viva e creativa”. Jung si dedicava con interesse genuino ai fenomeni psichici e a quelli relazionali, adottando un approccio empirico con il quale poneva al centro delle sue osservazioni la psiche e la realtà della psiche. Per nostra fortuna, era un uomo dotato di una saggezza pratica. La sua sapienza nasceva dall’esperienza e da un’accurata autoanalisi, frutto di un’introspezione profonda e di un prolungato lavoro personale di riflessione, confrontandosi con contenuti inconsci cui diede forma attraverso il disegno, la pittura e la scrittura. Lo chiamò «il mio esperimento» e ne condivise il processo inizialmente solo con le persone che sentiva capaci di accompagnarlo in questo cammino.

Jung non predominava sull’altro con la ragione o con la sua grande capacità intellettuale, né con la sua intuizione che sacrificava per non bloccare nell’altro interlocutore nuove connessioni.

Il terapeuta esperto non è tanto colui che sa di più, o il detentore di una tecnica ma colui che conosce sé stesso, e che ha fatto esperienza di sé, dei suoi punti deboli e delle sue ferite: “deve prendere in seria considerazione la possibilità che la personalità del paziente superi la sua in fatto di intelligenza, sensibilità, ampiezza, profondità. Comunque, la prima regola del procedimento dialettico è che l’individualità del malato ha la stessa dignità e ragione d’essere di quella del terapeuta, e che perciò tutti gli sviluppi individuali che hanno luogo nel paziente devono essere considerati validi, a meno che non si rettifichino spontaneamente”. (5)

Quando scrive che la psicoterapia è un procedimento dialettico, Jung modifica l’idea della relazione terapeuta/paziente; quando considera il terapeuta compartecipe, fa leva su una reciprocità e sulla capacità o meno del terapeuta di entrare in relazione con un altro sistema psichico (quello del paziente) come interrogante ed interrogato.

Dove nasce la sofferenza? Molte nevrosi hanno origine nella non consapevolezza, mentre diventare consapevoli è un fattore terapeutico. Alcuni individui sfuggendo ai compiti della propria vita, si sottraggono alle sfide dell’esistenza. Jung comprese sia l’importanza della relazione come promotore dell’individuazione sia dell’integrazione sociale di ogni individuo come fonti di stabilità emotiva. Nel testo di Ellenberg avevo sottolineato la frase seguente: “ognuno dovrebbe possedere una casa, un giardino, essere un membro attivo della comunità” e avevo estratto un’immagine, disegnando una sorta di metafora guida.

Sapevo che come compito nella prima metà della vita l’adattamento al mondo esterno rappresentava la sfida in cui dare spazio ad entrambe le due dimensioni dell’esistenza, quella più individuale (soggettiva, singola) e quella collettiva (il tu, l’altro, il sociale, il mondo).

Jung riteneva che alla radice di ogni disturbo ci fosse un senso da rivelare, ribaltando il senso della cura e del sintomo. Spesso la sofferenza psichica riguardava l’uomo e la relazione con il suo ambiente, e la nevrosi era indicativa di un sistema sociale ammalato. La malattia rappresentava il tentativo di cura messo in atto dalla Natura: “Non si dovrebbe tanto cercare il modo di eliminare la nevrosi, quanto piuttosto appurare che cosa essa voglia significare, che cosa insegni e quale metà si prefigga”. (6)

La sofferenza si fa messaggera e promotrice di un nuovo atteggiamento nell’uomo volto alla cura di sé, in quanto dal patire, dalla sofferenza, ognuno può apprendere moltissime informazioni per la guarigione.

La visione del mondo su cui fondò la sua concezione della psicoterapia considerava l’esistenza di opposti, il problema dei contrari: corpo e psiche; inconscio e coscienza; natura e cultura; femminile e maschile; bene e male; felicità e malessere.

“Lo scopo principale di una psicoterapia non è quello di portare il paziente ad un impossibile stato di felicità, bensì di insegnargli a raggiungere stabilità e pazienza filosofica nel sopportare il dolore. Il compimento e la pienezza della vita richiedono equilibrio tra dolore e gioia; essendo il dolore sgradevole, è naturale tuttavia che si preferisca non misurare mai a quanti timori e affanni sia destinato l’uomo. Perciò si parla sempre in tono rassicurante del progresso e della massima felicità possibile, senza riflettere che la felicità stessa è stata avvelenata e la misura del dolore non è stata colmata. Spesso, dietro la nevrosi si nasconde tutto il dolore naturale e necessario che non siamo disposti a tollerare”. (7)

L’esercizio della psicoterapia riguarda la “cura della psiche con metodi psichici”(8); l’atteggiamento terapeutico è quello che farà ritrovare nel paziente le sue risorse interne, ed esterne, e lo porrà in contatto con l’innata capacità di autoguarigione della psiche. Sono aspetti e formulazioni teoriche molto attuali, se pensiamo ad es. alla nozione di resilienza. Inoltre, la pratica della psicoterapia esprime la visione del mondo di quello specifico terapeuta, frutto di una coscienza che si è trasformata, rinnovata e allargata grazie al lavoro analitico e al confronto con l’Inconscio che per Jung è Natura, e fons et origo della conoscenza.

In questa concezione, la psicoterapia non potrà essere intesa esclusivamente come l’applicazione di un metodo specifico o l’applicazione di una tecnica, in quanto metodi diversi – lo sottolinea in più occasioni – sono più adatti di altri in base al problema presentato dal paziente, alle sue necessità e al livello di sviluppo della personalità.

Lo psicoterapeuta sarà un medico che segue la via della natura e che l’accompagna e utilizzerà l’analisi dei sogni come strumento principale del trattamento. Il sogno stesso è considerato come un’interpretazione che offre l’inconscio della situazione psichica del paziente; è il punto di vista dell’inconscio ed espressione di un fenomeno altrettanto naturale.  Nel 1934 Jung scriverà una lettera a J. Kirsch, collocando il fondamento dei processi psichici nell’esperienza e nel rapporto con il Tu e l’altro da Sé: “Noi tutti sogniamo, nel senso più profondo, non a partire da noi, bensì da quello che c’è fra noi e l’altro”.

Poiché c’è necessità di approfondire e di assimilare un po’ alla volta questa grande ricchezza di contenuti, e di farne esperienza, nel programma didattico della Scuola Li.S.T.A. dedichiamo molta attenzione all’insegnamento di materie come le letture dei testi di Jung, i fondamenti della psicologia analitica, lo studio del sogno e dell’immagine psichica.

Nel modello junghiano la psiche è “costituita essenzialmente da immagini” (9) ed è concepita come sistema vivente. I due lavori di Jung che possono offrirci sia l’evidenza visibile che il mistero della raffigurazione delle immagini inconsce sono Ricordi, sogni e riflessioni (1961) e il Libro Rosso (2008).

“Finché riuscivo a tradurre le emozioni in immagini e cioè a trovare le immagini che in esse si nascondevano mi sentivo interiormente calmo e rassicurato. Se mi fossi fermato alle emozioni, allora forse sarei stato distrutto dai contenuti dell’inconscio. Forse avrei anche potuto scrollarmele di dosso, ma in tal caso sarei caduto inesorabilmente in una nevrosi, e alla fine i contenuti mi avrebbero distrutto ugualmente. Il mio esperimento mi insegnò quanto possa essere di aiuto da un punto di vista terapeutico, scoprire le particolari immagini che si nascondono dietro le emozioni” (10)

L’esperienza che racconta non fu solo psichica, si radicava attraverso il corpo come strumento potenziale della trasformazione: “E come il corpo ha bisogno della psiche, così la psiche deve presupporre il corpo vivente per poter vivere le proprie immagini”. (11)

Durante la crisi del 1913, Jung rintracciò le radici di questa esperienza emotiva nei suoi giochi infantili. “Giocavo sempre da solo, a modo mio […] Un ricordo preciso di quei giochi risale a quando avevo sette o otto anni mi piaceva moltissimo baloccarmi con pezzi di costruzione e costruire torri che poi, d’improvviso, distruggevo con un “terremoto” (RSR, p.44). Fin dall’infanzia si dilettava a disegnare ed intagliare figurine dal legno. Tra gli otto e gli undici anni disegnava soggetti movimentati come battaglie, assedi, bombardamenti e scontri tra navi. Aveva un quaderno che aveva riempito di macchie d’inchiostro alle quali dava “interpretazioni fantastiche” con molto divertimento. Nei suoi ricordi del ginnasio, racconta che fu esonerato dalle lezioni di disegno. Era spinto a “disegnare solo soggetti di fantasia” mentre non riusciva a riprodurre le copie dal vivo proposte di volta in volta dal suo insegnante, che lo giudicò incapace. (12) Aveva invece un’attitudine al disegno e una grande abilità.

Anche in età adulta, il gioco fu un ponte e un rite d’entrée per accedere all’immaginazione e al simbolico.  Jung diede forma a tutte le immagini che si presentarono nel corso del proprio sviluppo interiore, creando così la tecnica dell’immaginazione attiva. Successivamente incoraggiò molti dei suoi pazienti in analisi a rappresentare le immagini fugaci dei sogni, delle fantasie e quelle che potevano rivelarsi da stati dell’animo.

Vorrei esprimere un’osservazione conclusiva sulla situazione che stiamo vivendo in relazione alla pandemia dovuta al nuovo SARS-CoV-2, all’emergenza sanitaria che ci ha stimolato ad un duplice adattamento (sia esterno, sia interno), ma anche ad essere introspettivi, attivi e centrati, ricettivi alle nuove richieste di sostegno espresse dei pazienti e dagli operatori. Nel periodo del lockdown abbiamo dovuto ridefinirci, acquisire modalità sempre più differenziate, abbiamo incontrato difficoltà e trovato modi creativi e soluzioni a situazioni impreviste, trasformando aspetti sostanziali del nostro lavoro come, ad esempio, praticare i colloqui con dispositivi tecnologici e la psicoterapia on line. Così, per ritornare all’immagine che fonda il mio operare, mi sono tornate in mente alcune considerazioni sulla figura del terapeuta e sul setting poste da Tobie Nathan, secondo il quale lo spazio terapeutico è: “uno degli ultimi luoghi aperti, dove sarai invitato a pensare e a prenderti il tempo necessario per farlo”. Ci invita a pensare alle figure di questa relazione, a quella del paziente –saggio e a quella del terapeuta-tecnico della relazione. Nathan compara il lavoro dello psicoterapeuta ad un saper fare accurato, come quello che ogni artigiano compie con una certa perizia mentre forgia il proprio manufatto. Ogni psicoterapeuta maneggia un “materiale esplosivo, perché fatto di verità riguardanti le persone”. (13) Quest’immagine del terapeuta artigiano è davvero molto affine alla metafora esperienziale proposta da Jung, quando scrive che per avvicinarsi e trattare la sofferenza psichica sia richiesto per prima cosa” tatto e una sensibilità che è pari a quella degli artisti”. (14)

carl Gustav jung

Il lavoro del terapeuta richiede conoscenza, pazienza, tempo e molta cura. Come scrive Nathan, l’essenza peculiare della psicoterapia la distingue da forme di rieducazione, da una pratica filosofica o religiosa; e, avendo ereditato una crisi dovuta a diversi fattori, legati alla globalizzazione e alle nuove forme della famiglia, è forse “un luogo ultimo” ancora aperto, incerto, non definito in cui porre questioni che prima erano appannaggio della religione. E poiché lo sguardo del terapeuta ha spostato la prospettiva – dal parlare del paziente a parlare con l’altro (15) – definire cosa sia la guarigione in una psicoterapia potrebbe essere un aspetto ulteriore da approfondire. È un cambiamento colto dall’osservatore tra un prima e un dopo?  È una remissione spontanea – della malattia e dei sintomi – o è l’esperienza della grazia? La guarigione potrebbe essere una storia che abbiamo necessità di narrarci.

Una “coscienza guarita” – scrive J. Hillman – vive in un modo narrativo (16), quanto più potrà attingere alla base poetica della mente e alla sua capacità immaginativa. La psicoterapia sarà quell’arte che – in uno spazio intermedio e di trasformazione – scopre il gesto della cura che disegna forme nuove, inaspettate, rivela ombre, smussa e corregge traiettorie, delinea sviluppi futuri e promuove le parole della consapevolezza.

Rossella Ricci

Una sintesi di questo articolo è stata proposta in occasione del Forum Opl Scuole di Psicoterapia, 28 giugno 2020. La presentazione della Scuola Li.S.T.A. è stata svolta insieme alla dott.ssa Giulia Valerio e alla dott.ssa Paola Cesati.

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[1] Cfr. S. Shandasami, Jung e la creazione della psicologia moderna. Il termine fu adottato come sinonimo delle terapie ipnotiche e suggestive della scuola di Nancy e all’operato di Bernheim che utilizzava come approccio la suggestione e molte tecniche di trance profonda.

[2] J. Breurer, come è noto, avvertì la necessità di confrontarsi con S. Freud cercando un sollievo in quanto coinvolto emotivamente.

[3] C.A. Meier, Il sogno come terapia, Edizioni Mediterranee.

[4] C.G. Jung, Psicoterapia e concezione del mondo (1943), Vol.16, Opere p.92.

[5] C. G. Jung, Principi di psicoterapia pratica (1935), Vol.16, Opere, p.14.

[6] C.G. Jung, Situazione attuale della psicoterapia (1934), Vol.10, Opere, p.241.

[7] C.G. Jung, Psicoterapia e concezione del mondo (1943), Vol.16, Opere p.92.

[8] C.G. Jung, I problemi della psicoterapia moderna (1929), Vol.16, Opere p.61.

[9] C.G. Jung, Spirito e vita, Vol.8, Opere, Bollati Boringhieri, p.351.

[10] C.G. Jung, Ricordi Sogni Riflessioni, raccolti e editi da Aniela Jaffé, pp.219-220.

[11 ] C.G. Jung, Spirito e vita, Vol.8, Opere, Bollati Boringhieri, p.351.

[12] Cfr.ibidem, p.56. Per assistere alle lezioni di P. Janet, nell’inverno tra il 1902-1903, Jung si trasferì a Parigi. Durante questo soggiorno di sei mesi, visitò il Museo del Louvre, dipinse alcuni scorci della città, il corso della Senna e alcuni paesaggi che regalò alla madre e alla fidanzata Emma.

[13] T. Nathan e N. Zajde, Psicoterapia democratica (2013), Raffaello Cortina Editore.

[14] C.G. Jung, Situazione attuale della psicoterapia (1934), p.240.

[15] Una concezione di psicoterapia democratica privilegia la testimonianza piuttosto che lo studio del caso e ritiene i malati “saggi” allo stesso modo dei loro terapeuti.

[16] J. Hillman, Le storie che curano, Raffaello Cortina Editore, p.103.

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