tesi diplomati (in allestimento)

Aricò Giovanni
La corazza di una figlia. Una storia, tredici sogni per raccontarla.
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Qual’ è l’impatto della depressione di un padre sulla figlia di 4 anni? È quello che si chiede A., 55 anni dopo, quando la vita la mette di nuovo a contatto la malattia mentale di una persona cara. Attraverso l’analisi dei sogni, e l’elaborazione di un grande lutto, A. entra in contatto con aspetti nuovi della sua personalità di donna, figlia e madre. In questo elaborato racconto la storia di un anno (circa) di percorso analitico insieme ad A., una donna di 59 anni che mi contatta in seguito al tentato suicidio del fratello maggiore C. di 64 anni. Il tentativo di questa tesi è duplice.

Per prima cosa provo a mettere ordine in una storia dove gli avvenimenti di oggi si intrecciano con quelli accaduti quando la paziente aveva 4 anni, rievocando ricordi ed emozioni che emergeranno gradualmente dall’analisi dei suoi sogni. Infatti la sofferenza del fratello che la spinge a chiedere un supporto psicologico appare strettamente legata all’esperienza fatta da bambina quando il padre ha vissuto un lungo periodo di depressione.

Il secondo tentativo è provare a fare tutto questo con uno sguardo libero da stereotipi di genere. Approfondendo il caso di A. ho potuto constatare quanto in Psicologia Analitica il rapporto padre-figlia sia legato a una visione dell’uomo e della donna che appartiene a un secolo fa. A partire dal testo di Leonard, La donna ferita, ho provato a riflettere su cosa vuol dire per una figlia avere un padre di un certo tipo, non perché lei sia una femmina e lui un maschio, ma perché lei è stata figlia e lui è stato genitore. Non perché i padri devono fare questo, e le madri quello, ma perché ogni figlio ha bisogno di ricevere dai genitori alcune attenzioni per crescere e iniziare il proprio percorso individuativo.

La tesi è divisa in tre parti. Nella prima metto ordine all’anamnesi della paziente, ricostruendo la sua storia alla luce dei dati emersi lungo il cammino grazie in particolare all’analisi dei sogni. Nella seconda mi soffermo su alcuni sogni emblematici, condividendo le riflessioni e le interpretazioni che hanno guidato il nostro lavoro. Infine provo a mettere insieme i pezzi con uno sguardo che mette al centro il rapporto tra una bambina e un genitore, aldilà degli aspetti di genere.



Becatti Laura
Lo spirito della quarta funzione. Santi, folli e buffoni.
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I problemi ricorrenti hanno a che fare spesso con la “mancanza”. Se nella prima parte dell’esistenza quest’assenza riguarda “figlio, casa, lavoro soddisfacente, sposo/a, protezione, sicurezza, salute etc. etc. ”, nella seconda metà diventa una ricerca di senso più sottile che tutte le attraversa senza con queste identificarsi. Forse lo si può chiamare ricerca di “spirito”. Le cose del mondo rimangono presenti, ma meno investite quali questioni esistenziali; si sente la necessità di qualcosa “altro” che tenga insieme tutto donando senso e verità a quel tutto.La mia tesi cerca di esplorare laicamente la dimensione dello “spirito”; partendo dal basso e dall’altro e prendendo spunto da esempi rivoluzionari e rivoluzionanti. Parto dalla quarta funzione e dalla sua qualità di spirito grezza, inadatta, impresentabile, ma originaria e autentica, passando poi alla funzione che hanno avuto i buffoni nel collettivo, perchè “divertivano” divergendo o forse, meglio, divergevano divertendo. Per quanto riguarda i “folli” porto un caso che ho seguito di una donna con diagnosi di schizofrenia e di come lei mi abbia sollecitato a lasciare il mio cappello di terapeuta; era lei che voleva avere quel ruolo per farmi da guida nel suo mondo. Infine parlerò anche di San Francesco e la vergine Maria, come esempi di santi “folli”, vitali e attuali proprio per il loro “divergere” dal canonico e la dottrina.



Cau Massimilano
Il giovane alato.
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Il destino del Puer è quello di volare, di sostare altrove, senza alloggiare mai in questo mondo. Il suo sguardo non è psicologico ma estetico. Dice però Hilman: “Dal Puer ci proviene il senso di destino e di missione; il senso di possedere un messaggio e di dover essere gli eterni coppieri degli dei”. Esso è la vocazione delle cose a raggiungere la propria perfezione, la vocazione delle persone verso il Sé. Per tale ragione, questo archetipo rappresenta uno degli elementi più dinamici della psiche, dato che quando per il Puer “qualcosa finisce è soltanto per dare corso a un nuovo inizio”. Jung, accanto ai limiti di questo archetipo, ne sottolinea le infinite risorse e le grandi potenzialità, affermando che, “[…] il fanciullo da una parte è insignificante, sconosciuto, soltanto un fanciullo, dall’altra parte è invece divino”. La mia scelta è quella di omaggiare il Puer affrontandone la fenomenologia in relazione ad alcune figure che incontriamo abitualmente nel cammino individuativo, quali l’Ombra, l’Anima e la Morte. L’impressione è che ogni dinamica descriva un paesaggio interiore che condensa in forma immaginale un momento cruciale della crescita del Puer verso la maturità e l’interezza.



Chillé Alberto
Passione e resistenza. Gioie e dolori nella relazione col paziente borderline.
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Nel mio elaborato parlerò del caso di F., un ragazzo di 25 anni che ho in carico da poco più di tre anni. Ho voluto dividere il mio elaborato in cinque diversi capitoli che hanno a che fare col funzionamento del paziente, con la sua personalità e con la nostra relazione. Un paziente che ha mostrato sfaccettature e un modo di relazionarsi che sono mutati nel tempo, un’ambivalenza relazionale che deriva, in primis dal rapporto con le figure genitoriali, ma che si è poi estrinsecata in tutte le relazioni significative. Anche la sua sintomatologia si è fatta più marcata nel tempo.

Per questo la diagnosi di struttura borderline di personalità, è diventata, ai miei occhi, più chiara solo nel corso del trattamento. Il nostro è stato un percorso complesso, che mi ha messo a dura prova. F. mi ha portato nel suo mondo, anche in quello interno, e più volte è stata forte la sensazione di perdersi. Per questo penso che questo lavoro di tesi, sia anche un lavoro di tessitura per rilegare le tante sfaccettature che pazienti come F. portano nella stanza di terapia. Certo molte altre componenti, dinamiche, costrutti si potrebbero indagare con questo tipo di pazienti.

Ho scelto queste, poiché sono quelle che hanno definito più il nostro percorso, lo hanno delimitato e credo che proprio questo sia importante con pazienti come F.: riuscire a costruire dei confini, dei limiti, uscendo dalla illimitatezza e dalla indefinitezza. Nel primo capitolo parlo del costrutto del Super-Io, presente in F., in maniera potente e asfissiante, cercando di metterlo in relazione al costrutto di coscienza morale di Jung (Jung, 1958), che, a mia opinione, non appaiono costrutti in antitesi, ma integrabili. È stato il primo meccanismo a manifestarsi nella relazione con F., e soprattutto la prima indicazione su come il paziente poteva vivermi e su come le mie parole, le mie interpretazioni potevano essere percepite come critiche, giudizi intollerabili. Nel secondo capitolo prendo in considerazione un’emozione, la rabbia.

Una delle emozioni fondamentali, per F. risulta essere strumento di autoaffermazione attraverso la distruzione dell’Altro, meccanismo che genera in lui un senso di colpa e vergogna non gestibili. Tale dinamica mi si è presentata nel corso della terapia in tutta la sua forza, la sua potenza, la sua distruttività. Sia nella forma manifesta egodiretta, sia a livello inconscio, nella cui dinamica e proiezione, sono rimasto imbrigliato per molto tempo. Nel terzo capitolo affronto il tema della scissione, mettendolo in parallelo con la teoria dei complessi di Jung (Jung, 1934).

La scissione è a fondamento della struttura borderline, il non riuscire a tenere insieme o meglio a tenere in relazione, in collegamento le varie parti che popolano il nostro mondo interno è dinamica che nei pazienti borderline raggiunge livello quantitativamente estremo. Considerare l’altro completamente buono o completamente cattivo, scambiando i ruoli a seconda del periodo, appare modalità relazionale patologica; solo quando mi sono ritrovato a considerare F, in certe sedute, allo stesso modo, sono riuscito ad avvinarmi davvero a lui, al suo funzionamento, al suo vivere. Nel quarto capitolo mi sono occupato della figura dei gatti, che per F. rappresentano una parte significativa del suo mondo esterno ed interno, compagni di viaggio e ponti verso l’inconscio.Pensare che lavorare su questi animali potesse indicarci una direzione di sviluppo, di trasformazione, era per me possibilità oscura. Ci sono aspetti, contenuti, immagini su cui ci soffermiamo, ma cui riusciamo dare un significato solo in un momento successivo.

Nel quinto e ultimo capitolo affronto la tematica transfert-controtransfert in un’ottica relazionale, partendo da ciò che è stato teorizzato dagli psicologi classici e quelli più moderni, per arrivare a descrivere ciò che è accaduto nella stanza e non solo, nel rapporto tra me e F. Dunque questi sono capitoli, parti che, come per il mio paziente, necessitano di collegamento e relazione pur mantenendo una certa autonomia e logica a sé stante. Mi hanno portato ad andare più in profondità, un lungo viaggio di conoscenza e scoperta che ha avuto come punto di riferimento, sia nei momenti bui che nei momenti di luce, la relazione tre me ed F. Conclude la mia tesi una riflessione sulla tematica border, partendo da un’ottica collettiva per arrivare al caso specifico, nel lavoro con F.



Collevecchio Cristiana
Camille Claudel.
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Di questa grande scultrice, legata a Rodin, ormai molto si parla, ma forse ancora troppo poco la si conosce.

Nell’ottica della psicologia analitica di Jung, facendo riferimento al materiale biografico sulla scultrice raccolto dalla pronipote, alla quale si deve l’apertura del Musée Camille Claudel a Nogent-sur-Seine il 27 marzo del 2017, e alla quale si è riferito il regista Bruno Nuytten per il film del 1988 che diede maggiore visibilità all’artista, sono state prese in esame soprattutto le sue complesse esperienze affettive.

Il processo creativo, interrotto dalla sua tragica vicenda esistenziale, è stato considerato in relazione alla sua psiche ed alla sua affascinante e tormentata femminilità. All’aspetto femminile è stato dato particolare rilievo, in una prospettiva forse utile a comprendere meglio la nostra stessa umanità, in particolare attraverso il lavoro di Marie-Louise von Franz.



Franceschetti Marco
Il limite
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Nella tesi viene trattato il concetto del limite affrontandolo alla luce di varie discipline: filosofia; statistica; matematica, psicologia. Perchè il limite è un concetto che per alcune persone costituisce un vero e proprio limes, non superabile, mentre per altre è un limen che porta altrove, verso la trasformazione di sé stessi?

Viene fatta una trattazione più approfondita della matematica, in particolare della teoria degli insiemi infiniti, e di come, nella psicologia del profondo possa avere un ruolo teorico di primaria importanza nella spiegazione del funzionamento dell’inconscio e della nostra coscienza.

Nell’esporre il caso clinico vi sono concreti riferimenti alle teorie relative all’organizzazione borderline di personalità e di come tale psicopatologia sia stata in particolare intepretata da analisti junghiani quali Fordham e Schwartz-Salant. DI rilievo particolare, infine, le teorizzazioni di Jung e i successivi approfondimenti di Von Franz sul tema del numero e del tempo.



Graglia Andrea
L'abbraccio di Tantalo.
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I miti sono le narrazioni attraverso cui la psiche collettiva si auto-struttura, si auto-definisce, dando rappresentazione e immagine degli archetipi. Ogni destino individuativo si colloca all’interno di una storia più grande, che rimanda alle vicende primordiali di dèi ed eroi; ogni percorso di vita è racconto, narrazione, mito. Anche nell’ambito della clinica, quindi, è utile e fondamentale poter offrire uno sguardo “mitologico”, per non rimanere imprigionati nelle restrittive categorie diagnostiche e per accedere invece ad una comprensione altra dell’individuo nella sua totalità. Il mito, infatti, ci aiuta ad inquadrare la situazione fonte di sofferenza, ma contiene all’interno della sua narrazioni anche delle soluzioni inaspettate che possono venire in aiuto nella relazione di cura. Partendo da questi presupposti, in questa tesi ho voluto raccontare la storia di Fabio, un uomo affetto da una grave forma di psicosi, il quale afferma di vivere costantemente il supplizio di Tantalo, re mitologico condannato a non poter mai mangiare i frutti che pendono dall’albero a cui è legato ed a non poter mai bere l’acqua dello stagno che gli sta di fronte. Attraverso la lettura del mito ed una serie di amplificazioni, ho narrato il percorso che Fabio ed io abbiamo intrapreso per prenderci cura della sua sofferenza e per provare a sperimentare un mondo altro rispetto a quello a cui egli era abituato.



Kruisinga Michele 
Strega e anima: pietrificazione e ritorno alla vita.
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Il discorso che ho affrontato in questa tesi nasce grazie ad un paziente ed è una riflessione sul significato e la natura di un certo tipo di presentimento dell’altro lato di sé. Questo presentimento inizia con una negazione: misconoscere il proprio mondo interiore, ovvero “non credere ad una sola delle sue parole”. Ciò che da lui affiora, autonomamente, è quanto di più inattendibile possibile, sono bugie, falsità. La spontaneità è “un fatto compiuto che arriva da sé” e, siccome non è territorio dell’Io, non è credibile. Successivamente, o più probabilmente contemporaneamente, quasi fosse uno specchio, anche il mondo “oggettivo” diventa menzognero. Incerto e confuso, sicuramente pericoloso, costringe alla costituzione di una maschera che possa operare un buon nascondimento del soggetto. Purtroppo, se essa non è in relazione con il mondo, interno ed esterno, diviene poco flessibile, scomoda, quasi rigida se non di pietra e la vita è bloccata entro una materia e una forma che non permette il necessario fluire dentro-fuori e fuori-dentro. Il libero emergere di contenuti psichici è dunque un affiorare senza senno perché così viene giudicata la terra del non Io: un mondo mostruoso e incontrollabile che perlopiù prevarica e annichilisce e la sua ambiguità, folle e inaccettabile, può generare quella particolare figura di Anima che è la conseguenza del suo archetipo spaccato in due e il nucleo del qui presente discorso: la strega. Quella vecchia assume sempre più importanza, si arroga il diritto di prendere il comando e, nella foga, si dimentica sia dell’Io che dell’altro lato di sé; l’Anima assume in questo modo solo e unicamente i suoi connotati negativi di morte, divoramento, pietrificazione: l’inconscio diventa come un buco nero e il malcapitato che è in rapporto con lei ne è soggiogato e quasi annientato, sicuramente rimpicciolito, allora minuscolo, incapace di orientamento in un mondo sconfinato che ha visto fondersi il dentro e il fuori in un unico guazzabuglio di gravi pericoli. A questo punto ci troviamo all’interno e di fronte ad una fantasia di recupero del rapporto dell’Anima con la sua controparte, colui che dovrebbe sapersi orientare e dare forma pensabile ai suoi contenuti, l’Animus, cosicché possano imparare ad assumersi l’onere, e l’onore, di una relazione tra loro, ri-conoscendosi. Il risultato che possiamo immaginare è un ricomporsi dell’Anima e una sua relativa umanizzazione, incarnando in tal modo ciò che più le si confà: come scrive Jung, “l’archetipo della vita”. Questo è il motivo della sizigia, ovverosia della coppia, il fine e la fine del discorso, che immagina un Io, quale complesso emergente alla base della coscienza, esso stesso in grado di “funzionare come una coppia”.



Lenti Fabio
I colori dell'anima
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L’incontro con l’Anima per l’uomo è sfaccettato, ricco e complesso a causa dell’intrinseca natura di questo elemento psichico di essere inconscio, pervasivo, abissale e intrecciato alla vita stessa. La sua vastità e complessità mette in contatto l’individuo con innumerevoli fattori, sensazioni e intuizioni del proprio psichismo profondo. L’entrata in relazione e la scoperta delle caratteristiche della propria Anima per l’uomo è quindi un incontro, una conoscenza e un rapporto intriso di mistero e complessità. Marie- Louise von Franz ne L’uomo e i suoi Simboli scrive che “l’Anima è la personificazione di tutte le tendenze psicologiche femminili della psiche dell’uomo, cioè sentimenti e atteggiamenti vaghi e imprecisi, presentimenti, la ricettività dell’irrazionale, l’amore di sé, il sentimento della natura, e l’atteggiamento nei confronti dell’inconscio” (p. 163). Jung, nel testo Sull’Archetipo con particolare riguardo al concetto di Anima sottolinea ancora che “L’Anima è un fattore di massima importanza nella psicologia maschile, ovunque intervengano emozioni e affetti. Essa rafforza, esagera e mitizza tutti i rapporti emotivi con la professione e con le persone di entrambi i sessi. La trama fantastica che li sottende è opera sua.”. Si capisce da queste parole quanto l’attivazione dell’Anima nell’uomo può essere fonte centrale di energia emotiva, di chiavi di lettura e interpretazioni affettive dei vissuti. Conoscere le sue attivazioni, “la sua voce”, la sua sensibilità è un lavoro necessario al fine di evitarne un totale e inconsapevole impossessamento. Tuttavia, bisogna sottolineare che nella relazione dell’uomo con la sua Anima troviamo intrecciati il tema del complesso materno, dell’incontro con l’Ombra, la relazione con l’Anima stessa in un crescendo di profondità e sacralità di questi elementi, via via sempre più legati alle dimensioni di inconscio collettivo fino ad arrivare alle dimensioni dell’Archetipo della madre. Vi è un legame viscerale tra l’Anima dell’uomo e la relazione con la propria madre, il complesso materno e infine con l’archetipo della madre. C’è quindi un intreccio significativo di elementi, che è necessario provare un poco a discriminare al fine di tentare, se mai fosse possibile, di delineare con maggiore chiarezza le componenti presenti nel rapporto con essa. Nel testo Simboli della trasformazione Jung spiega l’intrecciarsi di rappresentazioni legate al concetto di Anima. Egli dice che l’aveva definita come “archetipo della vita” e che essa personifica l’inconscio stesso nella sua totalità fino a quando essa non viene differenziata dagli altri archetipi. È quindi necessario poter discriminare (pur essendo un compito delicato e molto complesso) gli elementi che si incontrano durante il percorso di conoscenza del proprio mondo interno e della propria Anima. Un percorso terapeutico che richiede una grande attenzione da parte del terapeuta nell’aiutare la persona a incontrare, conoscere e riconoscere i vari elementi e le varie sfumature. Il percorso di contatto con il proprio mondo interno e con l’inconscio porta l’uomo a contatto con la sua Anima. Come detto da Jung in Sull’Archetipo con particolare riguardo al concetto di Anima essa ha la potenza di rendere l’uomo emotivamente “suscettibile, eccitabile, lunatico, geloso, vanitoso e disadattato” (pag. 73) permea il suo sentire e il suo agire. Il contatto con essa se inconsapevole può essere fonte di profondo turbamento e malessere. In questo lavoro ci si sofferma e si approfondisce ulteriormente le caratteristiche di questa inquietudine. In particolar modo nella coloritura emotiva che ha per l’uomo entrare in contatto con la propria Anima. Negli anni e nella mia esperienza clinica, questa idea mi ha accompagnato più in forma di Sentimento, andando via via delineandosi. Da qui nasce l’idea di questo lavoro, di questa tesi. Per ragioni prettamente formali e di delimitazione, tratterò qui solo l’aspetto che riguarda il rapporto dell’uomo con la propria madre e le conseguenti ricadute sull’Anima. Potremmo ipotizzare che, seppur in forme che si delineano in sistemi differenti, possiamo trovare un processo analogo nel rapporto che la donna instaura con il proprio Animus. Sin dall’inizio del mio percorso come co-conduttore nei gruppi di analisi dal 2008 e nella pratica terapeutica con i miei pazienti, ho da tempo sentito crescere e muoversi in me la percezione che i soggetti con i quali avevo il privilegio di poter lavorare, fossero sempre accompagnati nel loro modo di porsi nella vita, da un “colore” personale e individuale, da un “rumore di fondo”, che permeava gli stati emotivi e i pensieri nel relazionarsi con la propria dimensione profonda, con la propria Anima. In questo lavoro si è cercato di circoscrivere questa tematica legata alla caratteristica, “all’aura” che permea la relazione dei soggetti con la propria dimensione d’Anima.



Leuzzi Mariantonietta 
La Natura (é) più grande di noi.
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Facendo riferimento ai due grandi ispiratori della psicologia analitica, Carl Gustav Jung e Marie-Louise von Franz la tesi racconta della Natura, una natura che a volte si manifesta in modo crudele, ma che può rivelarsi trasformativo. Nella tesi si prendono in esame numerose riflessioni teoriche insieme alla narrazione del caso di un paziente con diagnosi di schizofrenia paranoide, che ha avuto il grande merito di accompagnare il terapeuta nell’esplorazione di alcuni aspetti complessi e disordinati della psiche e, al tempo stesso molto ricchi e interessanti.

Attraverso le proprie storie, terapeuta e paziente, possono scoprire un terreno comune e fare esperienza di qualcosa di diverso. Si parla essenzialmente di una ricerca di equilibrio tra opposti, sempre da rifare, tra conscio e inconscio, tra femminile e maschile, tra istinto e spirito, tra eros e logos, tra materia e natura. Toccando temi quali la solitudine, la morte, la sofferenza, il limite, si è cercato di ricostruire un legame con la natura, fuori e dentro. Da una parte c’è la storia del terapeuta quasi scritta tra le righe, e dall’altra il racconto di chi, davanti a un bivio, ha preso la via della frammentazione. Vengono riportati i disegni e i sogni del paziente, accompagnati da un breve commento interpretativo.

L’ipotesi è che si possa vivere la ferita come porta d’accesso per un rinnovamento, se si ha coraggio, oppure si può scappare e rifugiarsi nella paura. Si arriva alla riflessione che un processo individuativo passi necessariamente attraverso la relazione con la propria inferiorità psichica, con il proprio nucleo psicotico.

Quando l’Io entra in contatto con la propria parte più malata scopre qualcosa che è dell’ordine del limite assoluto: la “non curabilità”, ma è di fronte all’impossibile che si attiva qualcos’altro. Così tocchiamo la nostra impotenza e scopriamo persino l’aspetto nefasto dell’ideale di perfezione che lascia via quello che non è perfettibile, mentre è proprio ciò che ci rende completi.



1 Ottobre 2022 © Scuola LI.S.T.A. Circolo di via Podgora | Via Illirico 18 20133 MILANO +39 02 39834097 | +39 345 8564612 | P.I. 03688930969 | Privacy & Cookie