tesi diplomati (in allestimento)

Annini Alice
Il Rispecchiamento in terapia: il primo caso clinico
INDICE

Il concetto di rispecchiamento si intreccia con molteplici ambiti del sapere, dalla
filosofia alla psicologia fino alla fisica; esso assume significati diversi nelle varie
tradizioni culturali e ha assunto molteplici forme nel corso del tempo. In
psicoterapia, il rispecchiamento rappresenta un elemento cruciale spesso
sottovalutato: un processo dinamico in cui terapeuta e paziente si riflettono
reciprocamente, favorendo una trasformazione personale per entrambi.

Questa tesi approfondisce il tema del rispecchiamento secondo Carl Gustav Jung
e la sua collaboratrice Marie-Louise von Franz. Il termine “rispecchiamento”
evoca immediatamente l’immagine dello specchio, un simbolo universale ricco
di significati: lo specchio riflette ciò che si trova di fronte restituendolo al
soggetto che osserva, ma in modo peculiare. L’immagine riflessa non è una mera
riproduzione della realtà, bensì un processo che consente di vedere se stessi da
una prospettiva diversa – speculare, appunto – e talvolta anche distorta.

L’obiettivo principale di questa tesi è analizzare il rispecchiamento come
processo terapeutico e strumento trasformativo nella relazione tra terapeuta e
paziente. In particolare, si intende ampliare il concetto di rispecchiamento,
esplorando il dialogo interno tra conscio e inconscio, il coinvolgimento
personale del terapeuta e il modo in cui tutto ciò risuona nel paziente, creando
un movimento trasformativo anche per il terapeuta. Quest’ultimo si trova
inevitabilmente a essere parte attiva del processo e, come un funambolo, deve
imparare a bilanciarsi tra il rispecchiarsi e l’essere specchio, senza cadere nelle
proiezioni. A proposito di questo, Carl Gustav Jung ci ricorda che la vera
guarigione nasce dalla ferita, e che il terapeuta – come il “guaritore ferito” – può
guidare il paziente solo fino al punto in cui egli stesso ha osato spingersi. In
effetti, il terapeuta è inevitabilmente coinvolto nel processo terapeutico,
portando nella relazione analitica non solo le proprie conoscenze, ma anche le
proprie ferite. “È la propria ferita a misurare il potere di guarire”, scriveva Jung
in Ricordi, sogni, riflessioni.
Il rispecchiamento diventa così una finestra sull’umano e una possibilità di
cogliere – attraverso l’altro – frammenti della propria verità. È un viaggio nelle
profondità dell’anima, in cui terapeuta e paziente, specchiandosi l’uno nell’altro,
trovano il coraggio di trasformarsi e di intravedere nuove possibilità per essere
entrambi sempre più vicini a se stessi.



Aricò Giovanni
La corazza di una figlia. Una storia, tredici sogni per raccontarla.

Qual’ è l’impatto della depressione di un padre sulla figlia di 4 anni? È quello che si chiede A., 55 anni dopo, quando la vita la mette di nuovo a contatto la malattia mentale di una persona cara. Attraverso l’analisi dei sogni, e l’elaborazione di un grande lutto, A. entra in contatto con aspetti nuovi della sua personalità di donna, figlia e madre. In questo elaborato racconto la storia di un anno (circa) di percorso analitico insieme ad A., una donna di 59 anni che mi contatta in seguito al tentato suicidio del fratello maggiore C. di 64 anni. Il tentativo di questa tesi è duplice.

Per prima cosa provo a mettere ordine in una storia dove gli avvenimenti di oggi si intrecciano con quelli accaduti quando la paziente aveva 4 anni, rievocando ricordi ed emozioni che emergeranno gradualmente dall’analisi dei suoi sogni. Infatti la sofferenza del fratello che la spinge a chiedere un supporto psicologico appare strettamente legata all’esperienza fatta da bambina quando il padre ha vissuto un lungo periodo di depressione.

Il secondo tentativo è provare a fare tutto questo con uno sguardo libero da stereotipi di genere. Approfondendo il caso di A. ho potuto constatare quanto in Psicologia Analitica il rapporto padre-figlia sia legato a una visione dell’uomo e della donna che appartiene a un secolo fa. A partire dal testo di Leonard, La donna ferita, ho provato a riflettere su cosa vuol dire per una figlia avere un padre di un certo tipo, non perché lei sia una femmina e lui un maschio, ma perché lei è stata figlia e lui è stato genitore. Non perché i padri devono fare questo, e le madri quello, ma perché ogni figlio ha bisogno di ricevere dai genitori alcune attenzioni per crescere e iniziare il proprio percorso individuativo.

La tesi è divisa in tre parti. Nella prima metto ordine all’anamnesi della paziente, ricostruendo la sua storia alla luce dei dati emersi lungo il cammino grazie in particolare all’analisi dei sogni. Nella seconda mi soffermo su alcuni sogni emblematici, condividendo le riflessioni e le interpretazioni che hanno guidato il nostro lavoro. Infine provo a mettere insieme i pezzi con uno sguardo che mette al centro il rapporto tra una bambina e un genitore, aldilà degli aspetti di genere.



Becatti Laura
Lo spirito della quarta funzione. Santi, folli e buffoni.
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I problemi ricorrenti hanno a che fare spesso con la “mancanza”. Se nella prima parte dell’esistenza quest’assenza riguarda “figlio, casa, lavoro soddisfacente, sposo/a, protezione, sicurezza, salute etc. etc. ”, nella seconda metà diventa una ricerca di senso più sottile che tutte le attraversa senza con queste identificarsi. Forse lo si può chiamare ricerca di “spirito”. Le cose del mondo rimangono presenti, ma meno investite quali questioni esistenziali; si sente la necessità di qualcosa “altro” che tenga insieme tutto donando senso e verità a quel tutto.La mia tesi cerca di esplorare laicamente la dimensione dello “spirito”; partendo dal basso e dall’altro e prendendo spunto da esempi rivoluzionari e rivoluzionanti. Parto dalla quarta funzione e dalla sua qualità di spirito grezza, inadatta, impresentabile, ma originaria e autentica, passando poi alla funzione che hanno avuto i buffoni nel collettivo, perchè “divertivano” divergendo o forse, meglio, divergevano divertendo. Per quanto riguarda i “folli” porto un caso che ho seguito di una donna con diagnosi di schizofrenia e di come lei mi abbia sollecitato a lasciare il mio cappello di terapeuta; era lei che voleva avere quel ruolo per farmi da guida nel suo mondo. Infine parlerò anche di San Francesco e la vergine Maria, come esempi di santi “folli”, vitali e attuali proprio per il loro “divergere” dal canonico e la dottrina.



Cau Massimilano
Il giovane alato.
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Il destino del Puer è quello di volare, di sostare altrove, senza alloggiare mai in questo mondo. Il suo sguardo non è psicologico ma estetico. Dice però Hilman: “Dal Puer ci proviene il senso di destino e di missione; il senso di possedere un messaggio e di dover essere gli eterni coppieri degli dei”. Esso è la vocazione delle cose a raggiungere la propria perfezione, la vocazione delle persone verso il Sé. Per tale ragione, questo archetipo rappresenta uno degli elementi più dinamici della psiche, dato che quando per il Puer “qualcosa finisce è soltanto per dare corso a un nuovo inizio”. Jung, accanto ai limiti di questo archetipo, ne sottolinea le infinite risorse e le grandi potenzialità, affermando che, “[…] il fanciullo da una parte è insignificante, sconosciuto, soltanto un fanciullo, dall’altra parte è invece divino”. La mia scelta è quella di omaggiare il Puer affrontandone la fenomenologia in relazione ad alcune figure che incontriamo abitualmente nel cammino individuativo, quali l’Ombra, l’Anima e la Morte. L’impressione è che ogni dinamica descriva un paesaggio interiore che condensa in forma immaginale un momento cruciale della crescita del Puer verso la maturità e l’interezza.



Chillé Alberto
Passione e resistenza. Gioie e dolori nella relazione col paziente borderline.
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Nel mio elaborato parlerò del caso di F., un ragazzo di 25 anni che ho in carico da poco più di tre anni. Ho voluto dividere il mio elaborato in cinque diversi capitoli che hanno a che fare col funzionamento del paziente, con la sua personalità e con la nostra relazione. Un paziente che ha mostrato sfaccettature e un modo di relazionarsi che sono mutati nel tempo, un’ambivalenza relazionale che deriva, in primis dal rapporto con le figure genitoriali, ma che si è poi estrinsecata in tutte le relazioni significative. Anche la sua sintomatologia si è fatta più marcata nel tempo.

Per questo la diagnosi di struttura borderline di personalità, è diventata, ai miei occhi, più chiara solo nel corso del trattamento. Il nostro è stato un percorso complesso, che mi ha messo a dura prova. F. mi ha portato nel suo mondo, anche in quello interno, e più volte è stata forte la sensazione di perdersi. Per questo penso che questo lavoro di tesi, sia anche un lavoro di tessitura per rilegare le tante sfaccettature che pazienti come F. portano nella stanza di terapia. Certo molte altre componenti, dinamiche, costrutti si potrebbero indagare con questo tipo di pazienti.

Ho scelto queste, poiché sono quelle che hanno definito più il nostro percorso, lo hanno delimitato e credo che proprio questo sia importante con pazienti come F.: riuscire a costruire dei confini, dei limiti, uscendo dalla illimitatezza e dalla indefinitezza. Nel primo capitolo parlo del costrutto del Super-Io, presente in F., in maniera potente e asfissiante, cercando di metterlo in relazione al costrutto di coscienza morale di Jung (Jung, 1958), che, a mia opinione, non appaiono costrutti in antitesi, ma integrabili. È stato il primo meccanismo a manifestarsi nella relazione con F., e soprattutto la prima indicazione su come il paziente poteva vivermi e su come le mie parole, le mie interpretazioni potevano essere percepite come critiche, giudizi intollerabili. Nel secondo capitolo prendo in considerazione un’emozione, la rabbia.

Una delle emozioni fondamentali, per F. risulta essere strumento di autoaffermazione attraverso la distruzione dell’Altro, meccanismo che genera in lui un senso di colpa e vergogna non gestibili. Tale dinamica mi si è presentata nel corso della terapia in tutta la sua forza, la sua potenza, la sua distruttività. Sia nella forma manifesta egodiretta, sia a livello inconscio, nella cui dinamica e proiezione, sono rimasto imbrigliato per molto tempo. Nel terzo capitolo affronto il tema della scissione, mettendolo in parallelo con la teoria dei complessi di Jung (Jung, 1934).

La scissione è a fondamento della struttura borderline, il non riuscire a tenere insieme o meglio a tenere in relazione, in collegamento le varie parti che popolano il nostro mondo interno è dinamica che nei pazienti borderline raggiunge livello quantitativamente estremo. Considerare l’altro completamente buono o completamente cattivo, scambiando i ruoli a seconda del periodo, appare modalità relazionale patologica; solo quando mi sono ritrovato a considerare F, in certe sedute, allo stesso modo, sono riuscito ad avvinarmi davvero a lui, al suo funzionamento, al suo vivere. Nel quarto capitolo mi sono occupato della figura dei gatti, che per F. rappresentano una parte significativa del suo mondo esterno ed interno, compagni di viaggio e ponti verso l’inconscio.Pensare che lavorare su questi animali potesse indicarci una direzione di sviluppo, di trasformazione, era per me possibilità oscura. Ci sono aspetti, contenuti, immagini su cui ci soffermiamo, ma cui riusciamo dare un significato solo in un momento successivo.

Nel quinto e ultimo capitolo affronto la tematica transfert-controtransfert in un’ottica relazionale, partendo da ciò che è stato teorizzato dagli psicologi classici e quelli più moderni, per arrivare a descrivere ciò che è accaduto nella stanza e non solo, nel rapporto tra me e F. Dunque questi sono capitoli, parti che, come per il mio paziente, necessitano di collegamento e relazione pur mantenendo una certa autonomia e logica a sé stante. Mi hanno portato ad andare più in profondità, un lungo viaggio di conoscenza e scoperta che ha avuto come punto di riferimento, sia nei momenti bui che nei momenti di luce, la relazione tre me ed F. Conclude la mia tesi una riflessione sulla tematica border, partendo da un’ottica collettiva per arrivare al caso specifico, nel lavoro con F.



Collevecchio Cristiana
Camille Claudel.
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Di questa grande scultrice, legata a Rodin, ormai molto si parla, ma forse ancora troppo poco la si conosce.

Nell’ottica della psicologia analitica di Jung, facendo riferimento al materiale biografico sulla scultrice raccolto dalla pronipote, alla quale si deve l’apertura del Musée Camille Claudel a Nogent-sur-Seine il 27 marzo del 2017, e alla quale si è riferito il regista Bruno Nuytten per il film del 1988 che diede maggiore visibilità all’artista, sono state prese in esame soprattutto le sue complesse esperienze affettive.

Il processo creativo, interrotto dalla sua tragica vicenda esistenziale, è stato considerato in relazione alla sua psiche ed alla sua affascinante e tormentata femminilità. All’aspetto femminile è stato dato particolare rilievo, in una prospettiva forse utile a comprendere meglio la nostra stessa umanità, in particolare attraverso il lavoro di Marie-Louise von Franz.



Costanzi Cristina
Sulla morte e sull’accompagnamento alla morte
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Questo lavoro di tesi, sviluppato nella prospettiva della psicologia analitica junghiana, nasce dall’incontro tra esperienza clinica, riflessione teorica e risonanze personali attorno al tema della morte. Attraverso il caso di una paziente che accompagna il padre nel percorso verso il suicidio assistito in Svizzera, si esplorano i significati psicologici, simbolici e trasformativi dell’esperienza del morire e del lutto. L’analisi dei sogni, dei simboli e delle dinamiche relazionali emerse nel percorso terapeutico mostra come il confronto con la fine possa attivare processi di trasformazione profonda, aprendo a nuove possibilità di significato. L’accompagnamento alla morte viene così considerato non soltanto come sostegno alla persona che muore, ma anche come cammino individuativo per chi resta, chiamato a confrontarsi con il limite, la separazione e il cambiamento. La parte teorica della tesi ripercorre il pensiero di Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, James Hillman e di altri autori, approfondendo la morte non solo come evento biologico o perdita, ma come esperienza archetipica che attraversa la vita psichica. In accordo con la visione di Hillman, la tesi invita a considerare la morte come una dimensione dell’anima, una realtà che interroga il senso dell’esistenza e il rapporto dell’individuo con il proprio destino. In questo contesto si riflette inoltre sul ruolo dell’analista che è chiamato a sostare accanto all’esperienza del dolore senza ridurla né spiegarla, ma favorendone la simbolizzazione e l’integrazione nella storia personale.



Franceschetti Marco
Il limite
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Nella tesi viene trattato il concetto del limite affrontandolo alla luce di varie discipline: filosofia; statistica; matematica, psicologia. Perchè il limite è un concetto che per alcune persone costituisce un vero e proprio limes, non superabile, mentre per altre è un limen che porta altrove, verso la trasformazione di sé stessi?

Viene fatta una trattazione più approfondita della matematica, in particolare della teoria degli insiemi infiniti, e di come, nella psicologia del profondo possa avere un ruolo teorico di primaria importanza nella spiegazione del funzionamento dell’inconscio e della nostra coscienza.

Nell’esporre il caso clinico vi sono concreti riferimenti alle teorie relative all’organizzazione borderline di personalità e di come tale psicopatologia sia stata in particolare intepretata da analisti junghiani quali Fordham e Schwartz-Salant. DI rilievo particolare, infine, le teorizzazioni di Jung e i successivi approfondimenti di Von Franz sul tema del numero e del tempo.



Giannotti Rosalia
Il femminile come processo trasformativo. Sogni e Immagini nella clinica junghiana
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La presente tesi nasce da una riflessione maturata nell’esperienza clinica con pazienti donne e dalla domanda su come le donne si rapportino al dolore, alle difficoltà dell’esistenza e ai processi di trasformazione che attraversano la vita. Ciò che progressivamente è emerso è come tale esperienza venga spesso letta attraverso uno sguardo interiorizzato, riconducibile a un ordine simbolico di matrice patriarcale che orienta il modo di percepirsi, interpretarsi e attribuire significato alla propria esperienza.

A partire da queste premesse, il lavoro esplora il tema del Femminile inteso non come categoria biologica o identitaria, ma come dimensione psichica e simbolica, riconducibile a un principio archetipico che può costituire una risorsa per l’individuazione e una possibile via di cura.

La riflessione si sviluppa attraverso l’analisi del caso clinico di Mara, una donna di circa cinquant’anni che intraprende un percorso analitico portando vissuti di vuoto, solitudine, mancanza e sofferenza relazionale. Il nucleo clinico della tesi è costituito dall’analisi di sei sogni, il cui materiale simbolico viene considerato non soltanto come oggetto di interpretazione, ma come una trama di immagini vive capaci di orientare il processo terapeutico e la riflessione teorica. Attraverso l’emergere di figure femminili, immagini naturali e animali simbolici, i sogni mostrano differenti configurazioni del femminile e ne evidenziano le potenzialità trasformative.

L’analisi del materiale onirico viene sviluppata in dialogo con la psicologia analitica junghiana e post-junghiana, facendo riferimento in particolare ai contributi di Marie-Louise von Franz, Esther Harding, Sylvia Brinton Perera e Marion Woodman. Parallelamente, il lavoro si confronta con il pensiero delle filosofe della differenza sessuale — Luisa Muraro, Adriana Cavarero e Rosi Braidotti — che offrono strumenti per interrogare il rapporto tra soggettività femminile, linguaggio e ordine simbolico.

Per la riflessione sul Femminile come possibile via di cura, il lavoro si avvale inoltre dei contributi di Jolanda Stocchi e Sonia Giorgi, che, in dialogo con il pensiero di James Hillman, concepiscono la clinica come uno spazio poetico e immaginale, nel quale le immagini, il mito e il linguaggio simbolico assumono una funzione centrale nel processo trasformativo.

La tesi propone quindi di considerare il Femminile come una possibile via di cura: una dimensione archetipica che, quando riconosciuta e progressivamente integrata, può offrire orientamento, senso e possibilità trasformative, favorendo un rapporto più autentico con il corpo, con la natura psichica e con l’esperienza vissuta. I sogni, in questa prospettiva, si configurano come custodi di significati che non si esauriscono nell’interpretazione, ma continuano ad aprire nuove possibilità di comprensione e di trasformazione.



Giustino Laura
Yoga e Psicoterapia. Risonanza e funzione trascendente.
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La cornice di riferimento del discorso che porto avanti in questa tesi è la relazione tra l’inconscio e la coscienza che promuove la funzione trascendente e come questa possa essere stimolata grazie ad alcune tecniche di Yoga. Per questo descriverò inizialmente l’archetipo del Sé, che rappresenta la tensione della psiche verso la totalità e quindi verso la congiunzione degli opposti. Successivamente parlerò del principio della risonanza e della funzione trascendente per introdurre come la pratica dello Yoga faciliti, attraverso questi procedimenti, il processo di Individuazione. Questo è evidentemente connesso al quarto chakra e quindi allo spazio del Cuore, che è la sede dello spirito per la filosofia orientale e per la medicina cinese. Descriverò come la filosofia diventa immagine e come la pratica delle posizioni risuona nel mondo interiore. Infine, farò un parallelismo tra l’Unus Mundus junghiano e l’inconscio collettivo, accennando ad alcuni capisaldi della fisica quantistica che fanno da fondamento a queste teorie, che Jung elaborò quasi un secolo fa.