tesi diplomati (in allestimento)
Scaglia Laura La tesi presenta alcune riflessioni sul significato dell’immagine dell’animale attraverso un approccio euristico che va a cogliere il senso e il valore dell’immagine osservando il movimento che la stessa sollecita nel paziente e nel lavoro analitico.
L’anima animale. Animali in sogno.
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L’animale ha da sempre accompagnato la vita dell’uomo, fin dall’antichità. Per alcune similitudini con l’uomo, per la sua autonomia e per le sue fattezze, l’animale è diventato il luogo di molteplici proiezioni. L’animale favorisce il rispecchiamento e la conoscenza di elementi psichici quali possono essere le tracce filogenetiche, le dimensioni d’Anima, d’Ombra, o i meccanismi di difesa. Caricato di valenze psichiche, di attributi e qualità umane, l’animale assume il ruolo di protagonista in molte fiabe, nei miti e nei sogni.
L’animale muove profonde e arcaiche emozioni: di avvicinamento, di cura e di curiosità, piuttosto che di fuga e di difesa. L’immagine dell’animale è espressione del rapporto tra la coscienza e l’inconscio, rivela qualcosa del loro equilibrio/disequilibrio e della loro compensazione. Rappresenta spesso una dimensione d’Anima, in quanto funge da ponte tra la coscienza e l’inconscio, favorendo il loro interfacciarsi.
Attraverso la presentazione del caso clinico, di sogni e di esperienze, la tesi porta in evidenza che il principio animale ha una propria forza e autonomia nel farsi presente alla coscienza e richiamare l’attenzione dell’Io. L’animale sollecita un ampliamento della coscienza proponendo una nuova prospettiva di visione e veicolando una porzione di sapere inconscio.
Per alcuni pazienti l’animale in sogno ha svelato in modo pertinente la personale problematica, rendendola chiara ed evidente. Particolarmente toccanti sono i sogni o le esperienze in cui l’Io si coglie oggetto di osservazione da parte dello sguardo animale. In queste circostanze all’animale viene riconosciuta una specifica intenzionalità e soggettività.
Quando invece l’animale in questione è l’insetto, si vedono mobilizzarsi le difese dell’Io che, impaurito e spiazzato, si trova a confrontarsi con una diversità percepita minacciosa.
L’imago animale può orientare il lavoro analitico verso l’integrazione di dimensioni d’Ombra, che andranno comprese analizzando quella specifica immagine di animale.
L’immagine dell’animale assume talvolta la valenza di guida quando connettere dimensioni psichiche tra loro distanti e accompagna l’Io nei passaggi di vita o di stati psichici.
Tagliaferri Matteo Il lavoro intende affrontare e penetrare il mistero del Labirinto, provando a raccontarne non solo l’immaginario, il simbolismo e la sua possibile funzione psichica ma, ed in particolare, Il filo che guida all’interno delle pagine è costituito da sei macro capitoli i quali, partendo da una dimensione più archeologica, antropologica e mitologica andranno lentamente a penetrare in una dimensione più psichica, intima e misterica. Si cercherà quindi dapprima, partendo dal celebre mito di Teseo e del Minotauro, e della sua attuale risonanza nell’inconscio del singolo, di provare a risalire all’etimologia della parola labirinto e nell’illustrare quali sono le forme con le quali è stato raffigurato. Si proverà successivamente a dare uno sguardo a quelle che possono essere le fondamenta che costantemente si ritrovano nell’approcciarsi al tema al labirinto, gli elementi costitutivi che si scoprono simili in ogni mito, cultura e credenza religiosa legata ad esso: il tema del mondo sotterraneo, quello della danza ed infine del centro. Si passerà poi, in una discesa che diverrà via via più profonda, a vedere nel labirinto quella che è l’esperienza personale che ciascuno può fare di esso: il labirinto, nella vita di ognuno, può assumere forme differenti e personali, pur avendo in sé una struttura archetipica. E, andando ad attingere nell’immaginario alchemico, si vedrà in esso la metafora perfetta di quella che è l’esperienza diretta di un percorso di analisi, con i suoi andamenti labirintici, ondulatori, intricati e di quello che C.G. Jung ha definito come percorso individuativo, con il suo dirigersi per meandri ed intrichi verso un centro. Infine, passo dopo passo si racconterà, affiancando il racconto con una serie di commenti alla luce della psicologia del profondo, di un’esperienza diretta di esso, dei suoi rigiri e dei suoi meandri, e dell’incontro con il femminile inconscio dentro di noi, con la figura d’Anima nell’uomo, nei suoi aspetti positivi e negativi, con i suoi labirinti ed i suoi intrecci, nonché il suo legame con quello che è il complesso materno: un labirinto, che è il labirinto dell’anima, un labirinto, che è il labirinto dell’utero materno.
Labirinti
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attraverso un costante intreccio fra la dimensione esterna e quella interna, un’esperienza diretta di esso.
Tozzi Chiara Il compito di parlare dell’anima e del sacro parte dal verde, da una piccola pianta che nella sua semplicità è piena di significati, storia e miti. Partendo dalla sua biologia, cioè dal basso, il vischio è una pianta che non può toccare terra, cresce sospesa su alberi e arbusti e si nutre della linfa che l’albero sintetizza anche per lui. Il vischio è però legato anche al polo opposto, cioè l’alto. L’impollinazione avviene ad opera degli uccelli, simbolo spirituale legato all’aria al cielo al vento. L’alto è il polo opposto di quelle radici che affondano nella terra, la materia da cui il vischio dipende per vivere. Alto e basso sono i poli, gli estremi che il vischio riunisce non soltanto concretamente per vivere, ma simbolicamente attraverso i significati di cui è portatore e che rappresenta. Il rito di raccolta del vischio nella cultura celtica avveniva durante il Solstizio d’inverno, celebrazione volta a garantire la sopravvivenza dell’anima alla morte. Il concetto di guarigione e cura amplia i suoi orizzonti e significati attraverso questo rito. L’uso del vischio come rimedio non è univoco o specifico; si parla di corpo, di anima e di spirito e anche di conoscenza. Il rito sacro veniva espletato durante la luna crescente da un sacerdote, si concludeva con un sacrificio e un banchetto volto a garantire o ristabilire il patto con gli Dei. Il vischio è legato alla ciclicità della vita, della cui regolarità e continuità il verde ne è il rappresentante. Le stagioni si ripetono, come la vita nelle sue diverse fasi, e come anche la psiche in un processo che è il senso stesso della trasformazione e del rinnovamento delle energie. La morte è una di queste fasi, è un passaggio necessario per il rinnovamento e la continuità della vita stessa. La regolarità di questo processo, il suo ordine intrinseco, è la forza del vischio. L’energia di cui è portatore e che cura, è la forza della stessa vita che il vischio rappresenta ed esprime anche simbolicamente rispecchiando la regolarità cosmica. La sua energia è la forza della vita che si rinnova costantemente rispecchiando un progetto, o una visione talmente perfetta e armonica che non possiamo chiamarla altro che Divina, di cui facciamo parte anche noi.
Il vischio. La perennità della vita.
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Turini Silvia Questa tesi riguarda il provare ad affrontare il tema della relazione fra madre e figlia, quando l’esperienza col materno non sia stata connotata da ciò che gli studiosi delle relazioni oggettuali, dell’attaccamento e della fase pre-edipica, hanno, a seconda dei casi, chiamato “sufficientemente buono”, “attaccamento sicuro”, “posizione depressiva”, “narcisismo primario”, ecc. Nasce da un’urgenza intima e collettiva: dare voce alle figlie di madri “non intere”, a quelle storie segnate dall’assenza, dalla frammentazione o dalla distruttività del materno. Quando la madre, anziché proteggere, contenere e nutrire, appare spezzata o distante, identificata con il polo negativo dell’ Archetipo, la figlia cresce in un vuoto di rappresentazioni, privata della propria carica desiderante e animica, costretta a cercare da sola parole e simboli che possano restituirle un senso di appartenenza alla vita. Mettere in discussione l’imago della madre in quanto femmina non è affatto un’impresa facile, perché parlare di madre e di materno nei suoi lati oscuri attraverso lo sguardo dell’essere figlia, significa calarsi in un territorio per molti versi inesplorato e pure minato da tabù culturali e religiosi. Lo sguardo smarrito è rivolto alle cause, al dolore inferto da ferite subìte innocentemente, tanto quanto alla ricerca di un senso per certi destini traumatici e invischianti sin dal principio, da ancora prima di nascere. A ciò si unisce il disorientamento per dover operare al buio, per l’assenza di modelli, codici, rappresentazioni e linguaggi femminili ai quali fare riferimento. Il lavoro si snoda come un viaggio che intreccia autobiografia, riflessione teorica e pratica clinica, mostrando come il complesso materno negativo possa considerarsi destino, ma forse anche varco verso una possibile trasformazione. Le ferite transgenerazionali, il dolore non detto, i silenzi e le colpe tramandate di madre in figlia diventano materia viva di esplorazione, illuminate dalle immagini simboliche, in particolare da quelle delle fiabe e dei sogni, che rivelano la complessità del femminile e il suo rapporto con l’Ombra negata. Non ci sono risposte né ricette di guarigione, ma un invito ad interrogarsi, a sostare accanto al mistero del materno e del femminile ferito, ad ascoltarne i lati oscuri senza negarli o rimuoverli, e a riconoscere come proprio da quelle crepe possano germogliare creatività, forme di vita, possibilità inedite di relazione con sé e con l’altro, alla ricerca di nuove e inaspettate trasformazioni Indice Figlie di madri non intereindividuative.
Figlie di madri non intere
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