tesi diplomati (in allestimento)

Marchesi Anna
La solitudine: Tenebra e ricerca del luogo della vita interiore.
INDICE

La solitudine è un vissuto che accomuna tutti gli esseri umani, ma vi sono differenze nella frequenza e nell’intensità con cui si presenta nei singoli individui. Ogni esperienza di solitudine, in quanto esperienza interiore, ha una sua peculiarità psicologica fatta di sensazioni, dinamiche psichiche e vissuti interni.

È possibile quindi parlare di differenze nelle reazioni soggettive alla solitudine e nel valore attribuito alle esperienze che riguardano i rapporti umani, rispetto al valore attribuito a ciò che succede quando si è soli. Ho indagato quindi cosa faccia sì che alcune persone riescano a vivere serenamente i momenti di solitudine e a goderne, mentre per altri siano fonte di sofferenza e angoscia.

Tema centrale della tesi è come venga affrontato il sentimento di solitudine dagli individui nel suo doppio aspetto di solitudine vissuta negativamente, come sofferenza e isolamento, e solitudine vissuta positivamente, come momento di conoscenza interiore e possibilità creativa. Questi elementi possono essere paragonati alla fase alchemica della Nigredo, caratterizzata da oscurità e amarezza, e alla fase successiva di rinascita e creatività dell’Albedo, intesa come momento di verità interiore e saggezza.

Tale passaggio trasformativo può essere letto come l’intervento di un archetipo, l’archetipo del Vecchio Saggio, che si esprime nel suo polo negativo caratterizzato da depressione, stagnazione e pesantezza, o nel suo polo positivo caratterizzato invece da saggezza e spiritualità.

Ho affrontato quindi questo lavoro di ricerca come tentativo di sviluppare un percorso che muovesse dalla paura della solitudine al suo desiderio, dalla Tenebra, termine utilizzato da Jung nel Libro Rosso, alla ricerca di un luogo di vita interiore, al fine di riuscire a tenere dentro e conciliare entrambi gli aspetti, in una costante ricerca di senso.

Ho approfondito la tematica prendendo in esame alcune figure della solitudine come quelle di viandanti e pellegrini, viaggiatori e cercatori erranti, con particolare riferimento alla storia di Siddharta, narrata nel romanzo di Hermann Hesse, e di Jung stesso, che per tutta la vita si è confrontato con la propria solitudine interiore, così come si evince dalla sua autobiografia.

Ho inserito all’interno del testo alcuni brani scritti dai partecipanti al Laboratorio di scrittura creativa del centro dove ho svolto il mio tirocinio, per esplorare il vissuto di solitudine legato all’esperienza psicotica, depressiva, maniacale o schizofrenica.

L’ultimo capitolo infine è dedicato all’analisi della figura del Vecchio Saggio all’interno di un percorso di Sandplay Therapy.

 

 



Minella Gianluca
"Oh mio Dio! ...È pieno di stelle". Perdita, morte e trasformazione. Itinerari, riflessioni ed esperienze cliniche al confine.
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“Morire si ma non essere aggrediti dalla morte” canta il verso iniziale di una splendida poesia di Vincenzo Cardarelli. Questa sensazione di aggressione è di solito l’esperienza dell’Io quando deve confrontarsi con la morte. Il rapporto con la morte tuttavia è un’esigenza fondamentale che appartiene all’ontologia, all’essere più profondo che è in noi. Non c’è cultura, civiltà, stagione dell’uomo, in cui questa esigenza non si manifesti. Maria-Louise von Franz ci ricorda che è un’esigenza archetipica scritta in noi dagli albori dell’umanità. Cosa ci impedisce, oggi più che mai, di entrare in relazione con la morte? Jung racconta di aver meditato sulla morte tutti i giorni, a partire dall’età di 35 anni. La tradizione orientale insegna che la contemplazione della morte è la più nobile di tutte le contemplazioni perché è come l’impronta dell’elefante: le impronte di tutti gli altri animali ci entrano dentro. Da Freud a Jung, attraverso il gioco, l’arte, il mito e soprattutto l’esperienza clinica del lutto, seguiremo tracce di quel viaggio evolutivo che l’Io intraprende orientandosi verso la stella del Sé, l’itinerario del percorso psicologico dell’individuazione, quel  processo di trasformazione che coinvolge la psiche in tutta la sua interezza e che in ultima analisi, come dice Hilman, è una vera e propria una preparazione alla morte. Fiduciosi che nella notte non troveremo solo fantasmi, ma splendore di costellazioni.



Negro Elena 
Il fantasma e la sua reincarnazione. Il percorso di Matteo.
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La storia narrata è quella di un giovane paziente, intrappolato nel sintomo somatopsichico della compulsione a strapparsi ciocche di capelli, in una dimensione legata al corporeo ed all’arcaico registro del piacere e del dolore. Si tratta di un’area insimbolizzabile ed impensabile: rimanda alle antiche radici del rapporto primario ed a quell’insieme di ipotesi e significati mancati e non integrati che giungono dal materno, i quali conferiscono tridimensionalità all’esperienza immediata e non mediata del bambino.
Le immagini simboliche che sono emerse attraverso il gioco, come una sequenza di sogni, mettono in scena la complessità di un mondo interiore che fatica a trovare la propria forma nella vita. Ed è nel gioco che la sensorialità pura, unico mezzo di espressione di contenuti non ancora psichicizzati, incontra il suo opposto: il fantasma. Come spirito, complesso autonomo, testimone di una devitalizzazione ma speranza di rientrare nella dimensione umana perduta, il fantasma può essere guardato ed afferrato, compreso, per così animarsi e divenire un interlocutore.

Alienarsi nell’esperienza sensoriale protegge dal pensare e dal sentire. Ma, attraverso la dinamica tra le opposizioni, la coscienza può cominciare a conoscere e conoscersi, trovare la propria misura, e sperimentare di poter sentire psichicamente.



1 Ottobre 2022 © Scuola LI.S.T.A. Circolo di via Podgora | Via Illirico 18 20133 MILANO +39 02 39834097 | +39 345 8564612 | P.I. 03688930969 | Privacy & Cookie