tesi diplomati (in allestimento)
Graglia Andrea I miti sono le narrazioni attraverso cui la psiche collettiva si auto-struttura, si auto-definisce, dando rappresentazione e immagine degli archetipi. Ogni destino individuativo si colloca all’interno di una storia più grande, che rimanda alle vicende primordiali di dèi ed eroi; ogni percorso di vita è racconto, narrazione, mito. Anche nell’ambito della clinica, quindi, è utile e fondamentale poter offrire uno sguardo “mitologico”, per non rimanere imprigionati nelle restrittive categorie diagnostiche e per accedere invece ad una comprensione altra dell’individuo nella sua totalità. Il mito, infatti, ci aiuta ad inquadrare la situazione fonte di sofferenza, ma contiene all’interno della sua narrazioni anche delle soluzioni inaspettate che possono venire in aiuto nella relazione di cura. Partendo da questi presupposti, in questa tesi ho voluto raccontare la storia di Fabio, un uomo affetto da una grave forma di psicosi, il quale afferma di vivere costantemente il supplizio di Tantalo, re mitologico condannato a non poter mai mangiare i frutti che pendono dall’albero a cui è legato ed a non poter mai bere l’acqua dello stagno che gli sta di fronte. Attraverso la lettura del mito ed una serie di amplificazioni, ho narrato il percorso che Fabio ed io abbiamo intrapreso per prenderci cura della sua sofferenza e per provare a sperimentare un mondo altro rispetto a quello a cui egli era abituato.
L'abbraccio di Tantalo.
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Kruisinga Michele Il discorso che ho affrontato in questa tesi nasce grazie ad un paziente ed è una riflessione sul significato e la natura di un certo tipo di presentimento dell’altro lato di sé. Questo presentimento inizia con una negazione: misconoscere il proprio mondo interiore, ovvero “non credere ad una sola delle sue parole”. Ciò che da lui affiora, autonomamente, è quanto di più inattendibile possibile, sono bugie, falsità. La spontaneità è “un fatto compiuto che arriva da sé” e, siccome non è territorio dell’Io, non è credibile. Successivamente, o più probabilmente contemporaneamente, quasi fosse uno specchio, anche il mondo “oggettivo” diventa menzognero. Incerto e confuso, sicuramente pericoloso, costringe alla costituzione di una maschera che possa operare un buon nascondimento del soggetto. Purtroppo, se essa non è in relazione con il mondo, interno ed esterno, diviene poco flessibile, scomoda, quasi rigida se non di pietra e la vita è bloccata entro una materia e una forma che non permette il necessario fluire dentro-fuori e fuori-dentro. Il libero emergere di contenuti psichici è dunque un affiorare senza senno perché così viene giudicata la terra del non Io: un mondo mostruoso e incontrollabile che perlopiù prevarica e annichilisce e la sua ambiguità, folle e inaccettabile, può generare quella particolare figura di Anima che è la conseguenza del suo archetipo spaccato in due e il nucleo del qui presente discorso: la strega. Quella vecchia assume sempre più importanza, si arroga il diritto di prendere il comando e, nella foga, si dimentica sia dell’Io che dell’altro lato di sé; l’Anima assume in questo modo solo e unicamente i suoi connotati negativi di morte, divoramento, pietrificazione: l’inconscio diventa come un buco nero e il malcapitato che è in rapporto con lei ne è soggiogato e quasi annientato, sicuramente rimpicciolito, allora minuscolo, incapace di orientamento in un mondo sconfinato che ha visto fondersi il dentro e il fuori in un unico guazzabuglio di gravi pericoli. A questo punto ci troviamo all’interno e di fronte ad una fantasia di recupero del rapporto dell’Anima con la sua controparte, colui che dovrebbe sapersi orientare e dare forma pensabile ai suoi contenuti, l’Animus, cosicché possano imparare ad assumersi l’onere, e l’onore, di una relazione tra loro, ri-conoscendosi. Il risultato che possiamo immaginare è un ricomporsi dell’Anima e una sua relativa umanizzazione, incarnando in tal modo ciò che più le si confà: come scrive Jung, “l’archetipo della vita”. Questo è il motivo della sizigia, ovverosia della coppia, il fine e la fine del discorso, che immagina un Io, quale complesso emergente alla base della coscienza, esso stesso in grado di “funzionare come una coppia”.
Strega e anima: pietrificazione e ritorno alla vita.
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Lazzaroni Silvia Questo lavoro è un ragionamento sulla speranza e sul cambiamento, atti ontologicamente E questo porta con sé la costante pena del cambiamento ovvero il passare da uno stato di
Della speranza
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inscindibili. Sicuramente per motivi personali, ma guardandomi intorno diventa quasi un imperativo. Immersi in un tempo che ci sta frantumando, costellato di lutti e sofferenze collettive, di solitudine e insicurezza, di accelerazione, efficienza e razionalità, sperare sembra una coraggiosa scommessa, un atto di radicale resistenza contro l’oscurità.
L’atto di sperare contiene in sé la potenzialità del cambiamento che, come condizione esistenziale, si oppone alla stabilità e all’immutabilità. Non è perciò cosa da poco sperare: quando siamo abitati dal dolore e ci sentiamo in alto mare, incapaci di traguardare un avvenire, aneliamo di trovare all’orizzonte un lembo di terra cui approdare. Ma nella psicologia junghiana l’approdo, il ricongiungersi con la potenzialità che ci abita e trovare un senso all’accadere della vita, hanno come tratto distintivo il superamento dell’egoriferimento, cioè uno spostamento di prospettiva che prende le mosse da, e conduce al Sé, tenendo ben presente che “nessuna risposta è quella finale, né ce n’è una che possa rispondere esaurientemente al problema del significato della vita. La risposta cambia in corrispondenza dei cambiamenti della nostra conoscenza del mondo: il significato e il non-significato fanno parte della pienezza della vita”.
incoscienza ad uno più conscio, l’accettare ciò che è e poter reggere la tensione degli opposti che ci dilaniano, in un continuo formarsi e trasformarsi che attraversa tutta l’esperienza di vita.
E sebbene sia “illusorio sperare che la crescita non sia altro che un processo aggiuntivo che non
richiede né sacrificio né morte”, il grado di sopportazione del dolore è materia personale. E riuscire a porsi la domanda di senso di un evento tragico (“cosa mi sta chiedendo la vita con questo?”), e darsi una risposta, non è cosa certa. La speranza abita questi spazi.
Lenti Fabio L’incontro con l’Anima per l’uomo è sfaccettato, ricco e complesso a causa dell’intrinseca natura di questo elemento psichico di essere inconscio, pervasivo, abissale e intrecciato alla vita stessa. La sua vastità e complessità mette in contatto l’individuo con innumerevoli fattori, sensazioni e intuizioni del proprio psichismo profondo. L’entrata in relazione e la scoperta delle caratteristiche della propria Anima per l’uomo è quindi un incontro, una conoscenza e un rapporto intriso di mistero e complessità. Marie- Louise von Franz ne L’uomo e i suoi Simboli scrive che “l’Anima è la personificazione di tutte le tendenze psicologiche femminili della psiche dell’uomo, cioè sentimenti e atteggiamenti vaghi e imprecisi, presentimenti, la ricettività dell’irrazionale, l’amore di sé, il sentimento della natura, e l’atteggiamento nei confronti dell’inconscio” (p. 163). Jung, nel testo Sull’Archetipo con particolare riguardo al concetto di Anima sottolinea ancora che “L’Anima è un fattore di massima importanza nella psicologia maschile, ovunque intervengano emozioni e affetti. Essa rafforza, esagera e mitizza tutti i rapporti emotivi con la professione e con le persone di entrambi i sessi. La trama fantastica che li sottende è opera sua.”. Si capisce da queste parole quanto l’attivazione dell’Anima nell’uomo può essere fonte centrale di energia emotiva, di chiavi di lettura e interpretazioni affettive dei vissuti. Conoscere le sue attivazioni, “la sua voce”, la sua sensibilità è un lavoro necessario al fine di evitarne un totale e inconsapevole impossessamento. Tuttavia, bisogna sottolineare che nella relazione dell’uomo con la sua Anima troviamo intrecciati il tema del complesso materno, dell’incontro con l’Ombra, la relazione con l’Anima stessa in un crescendo di profondità e sacralità di questi elementi, via via sempre più legati alle dimensioni di inconscio collettivo fino ad arrivare alle dimensioni dell’Archetipo della madre. Vi è un legame viscerale tra l’Anima dell’uomo e la relazione con la propria madre, il complesso materno e infine con l’archetipo della madre. C’è quindi un intreccio significativo di elementi, che è necessario provare un poco a discriminare al fine di tentare, se mai fosse possibile, di delineare con maggiore chiarezza le componenti presenti nel rapporto con essa. Nel testo Simboli della trasformazione Jung spiega l’intrecciarsi di rappresentazioni legate al concetto di Anima. Egli dice che l’aveva definita come “archetipo della vita” e che essa personifica l’inconscio stesso nella sua totalità fino a quando essa non viene differenziata dagli altri archetipi. È quindi necessario poter discriminare (pur essendo un compito delicato e molto complesso) gli elementi che si incontrano durante il percorso di conoscenza del proprio mondo interno e della propria Anima. Un percorso terapeutico che richiede una grande attenzione da parte del terapeuta nell’aiutare la persona a incontrare, conoscere e riconoscere i vari elementi e le varie sfumature. Il percorso di contatto con il proprio mondo interno e con l’inconscio porta l’uomo a contatto con la sua Anima. Come detto da Jung in Sull’Archetipo con particolare riguardo al concetto di Anima essa ha la potenza di rendere l’uomo emotivamente “suscettibile, eccitabile, lunatico, geloso, vanitoso e disadattato” (pag. 73) permea il suo sentire e il suo agire. Il contatto con essa se inconsapevole può essere fonte di profondo turbamento e malessere. In questo lavoro ci si sofferma e si approfondisce ulteriormente le caratteristiche di questa inquietudine. In particolar modo nella coloritura emotiva che ha per l’uomo entrare in contatto con la propria Anima. Negli anni e nella mia esperienza clinica, questa idea mi ha accompagnato più in forma di Sentimento, andando via via delineandosi. Da qui nasce l’idea di questo lavoro, di questa tesi. Per ragioni prettamente formali e di delimitazione, tratterò qui solo l’aspetto che riguarda il rapporto dell’uomo con la propria madre e le conseguenti ricadute sull’Anima. Potremmo ipotizzare che, seppur in forme che si delineano in sistemi differenti, possiamo trovare un processo analogo nel rapporto che la donna instaura con il proprio Animus. Sin dall’inizio del mio percorso come co-conduttore nei gruppi di analisi dal 2008 e nella pratica terapeutica con i miei pazienti, ho da tempo sentito crescere e muoversi in me la percezione che i soggetti con i quali avevo il privilegio di poter lavorare, fossero sempre accompagnati nel loro modo di porsi nella vita, da un “colore” personale e individuale, da un “rumore di fondo”, che permeava gli stati emotivi e i pensieri nel relazionarsi con la propria dimensione profonda, con la propria Anima. In questo lavoro si è cercato di circoscrivere questa tematica legata alla caratteristica, “all’aura” che permea la relazione dei soggetti con la propria dimensione d’Anima.
I colori dell'anima
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Leuzzi Mariantonietta Facendo riferimento ai due grandi ispiratori della psicologia analitica, Carl Gustav Jung e Marie-Louise von Franz la tesi racconta della Natura, una natura che a volte si manifesta in modo crudele, ma che può rivelarsi trasformativo. Nella tesi si prendono in esame numerose riflessioni teoriche insieme alla narrazione del caso di un paziente con diagnosi di schizofrenia paranoide, che ha avuto il grande merito di accompagnare il terapeuta nell’esplorazione di alcuni aspetti complessi e disordinati della psiche e, al tempo stesso molto ricchi e interessanti. Attraverso le proprie storie, terapeuta e paziente, possono scoprire un terreno comune e fare esperienza di qualcosa di diverso. Si parla essenzialmente di una ricerca di equilibrio tra opposti, sempre da rifare, tra conscio e inconscio, tra femminile e maschile, tra istinto e spirito, tra eros e logos, tra materia e natura. Toccando temi quali la solitudine, la morte, la sofferenza, il limite, si è cercato di ricostruire un legame con la natura, fuori e dentro. Da una parte c’è la storia del terapeuta quasi scritta tra le righe, e dall’altra il racconto di chi, davanti a un bivio, ha preso la via della frammentazione. Vengono riportati i disegni e i sogni del paziente, accompagnati da un breve commento interpretativo. L’ipotesi è che si possa vivere la ferita come porta d’accesso per un rinnovamento, se si ha coraggio, oppure si può scappare e rifugiarsi nella paura. Si arriva alla riflessione che un processo individuativo passi necessariamente attraverso la relazione con la propria inferiorità psichica, con il proprio nucleo psicotico. Quando l’Io entra in contatto con la propria parte più malata scopre qualcosa che è dell’ordine del limite assoluto: la “non curabilità”, ma è di fronte all’impossibile che si attiva qualcos’altro. Così tocchiamo la nostra impotenza e scopriamo persino l’aspetto nefasto dell’ideale di perfezione che lascia via quello che non è perfettibile, mentre è proprio ciò che ci rende completi.
La Natura (é) più grande di noi.
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Maiorino Stefania Il presente lavoro di ricerca esplora la sindrome del gemello scomparso quale fenomeno clinico e simbolico di grande rilevanza nella comprensione della dimensione soggettiva ed esistenziale del sopravvissuto, il Womb Twin Survivor. Muovendo da un approccio empirico incentrato su uno specifico case study, l’indagine mette in luce le implicazioni emotive, relazionali e identitarie di questa condizione, segnata dalla perdita del gemello nella primissima fase di vita intrauterina e dal conseguente desiderio di ricongiungimento, dal senso di incompletezza e dalla tensione verso un’unità originaria. L’analisi si sviluppa lungo un duplice asse: da un lato l’approfondimento della letteratura disponibile e della valenza simbolica e archetipica di questo trauma prenatale secondo una prospettiva junghiana; dall’altro l’indagine fenomenologica ed esistenziale del “gemello che resta”, con attenzione ai vissuti attuali del paziente e alla loro narrazione. In tale contesto, le manifestazioni psichiche della sindrome sono considerate come organizzate attorno al complesso del gemello perduto/anelato: una parte gemellare scissa dal Sé, costellata dalle polarità di separazione, abbandono e desiderio di ricongiungimento e completezza. Si tratta di un nucleo psichico autonomo, carico di energia a ettiva, capace di influenzare pensieri e comportamenti indipendentemente dalla volontà cosciente, riattivandosi in situazioni che evocano la perdita originaria e alimentando fantasie, relazioni simbiotiche e dinamiche proiettive. La presenza “invisibile” del gemello, palpabile nella stanza d’analisi, si intreccia con gli archetipi universali del doppio, della dualità e dell’alterità, modulando le funzioni di Ombra, Persona, Animus e Anima. Il caso clinico presentato mostra come la gemellarità incompiuta possa cristallizzarsi in relazioni invischianti e vissuti corporei dolorosi; al tempo stesso evidenzia come il percorso psicoterapeutico, attraverso l’analisi delle proiezioni d’ombra e accompagnato dal manifestarsi dei sogni, possa favorire la riemersione del gemello rimasto quale figura simbolica da riconoscere e integrare come nuova possibilità trasformativa. Un processo in cui la ferita originaria si trasforma in feritoia, tramite per attingere a forze creative e ritrovare, nella relazione, il proprio valore e la verità più profonda. Un primo passo di un percorso di individuazione ancora da compiere, di cui non è dato conoscere la durata, in cui fondersi nel dolore, sentirsi «due in uno» e sempre più Uno come dono.
"Wish you were here" - Echi della sindrome del gemello scomparso nella psiche del sopravvissuto
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Marchesi Anna La solitudine è un vissuto che accomuna tutti gli esseri umani, ma vi sono differenze nella frequenza e nell’intensità con cui si presenta nei singoli individui. Ogni esperienza di solitudine, in quanto esperienza interiore, ha una sua peculiarità psicologica fatta di sensazioni, dinamiche psichiche e vissuti interni. È possibile quindi parlare di differenze nelle reazioni soggettive alla solitudine e nel valore attribuito alle esperienze che riguardano i rapporti umani, rispetto al valore attribuito a ciò che succede quando si è soli. Ho indagato quindi cosa faccia sì che alcune persone riescano a vivere serenamente i momenti di solitudine e a goderne, mentre per altri siano fonte di sofferenza e angoscia. Tema centrale della tesi è come venga affrontato il sentimento di solitudine dagli individui nel suo doppio aspetto di solitudine vissuta negativamente, come sofferenza e isolamento, e solitudine vissuta positivamente, come momento di conoscenza interiore e possibilità creativa. Questi elementi possono essere paragonati alla fase alchemica della Nigredo, caratterizzata da oscurità e amarezza, e alla fase successiva di rinascita e creatività dell’Albedo, intesa come momento di verità interiore e saggezza. Tale passaggio trasformativo può essere letto come l’intervento di un archetipo, l’archetipo del Vecchio Saggio, che si esprime nel suo polo negativo caratterizzato da depressione, stagnazione e pesantezza, o nel suo polo positivo caratterizzato invece da saggezza e spiritualità. Ho affrontato quindi questo lavoro di ricerca come tentativo di sviluppare un percorso che muovesse dalla paura della solitudine al suo desiderio, dalla Tenebra, termine utilizzato da Jung nel Libro Rosso, alla ricerca di un luogo di vita interiore, al fine di riuscire a tenere dentro e conciliare entrambi gli aspetti, in una costante ricerca di senso. Ho approfondito la tematica prendendo in esame alcune figure della solitudine come quelle di viandanti e pellegrini, viaggiatori e cercatori erranti, con particolare riferimento alla storia di Siddharta, narrata nel romanzo di Hermann Hesse, e di Jung stesso, che per tutta la vita si è confrontato con la propria solitudine interiore, così come si evince dalla sua autobiografia. Ho inserito all’interno del testo alcuni brani scritti dai partecipanti al Laboratorio di scrittura creativa del centro dove ho svolto il mio tirocinio, per esplorare il vissuto di solitudine legato all’esperienza psicotica, depressiva, maniacale o schizofrenica. L’ultimo capitolo infine è dedicato all’analisi della figura del Vecchio Saggio all’interno di un percorso di Sandplay Therapy.
La solitudine: Tenebra e ricerca del luogo della vita interiore.
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Minella Gianluca “Morire si ma non essere aggrediti dalla morte” canta il verso iniziale di una splendida poesia di Vincenzo Cardarelli. Questa sensazione di aggressione è di solito l’esperienza dell’Io quando deve confrontarsi con la morte. Il rapporto con la morte tuttavia è un’esigenza fondamentale che appartiene all’ontologia, all’essere più profondo che è in noi. Non c’è cultura, civiltà, stagione dell’uomo, in cui questa esigenza non si manifesti. Maria-Louise von Franz ci ricorda che è un’esigenza archetipica scritta in noi dagli albori dell’umanità. Cosa ci impedisce, oggi più che mai, di entrare in relazione con la morte? Jung racconta di aver meditato sulla morte tutti i giorni, a partire dall’età di 35 anni. La tradizione orientale insegna che la contemplazione della morte è la più nobile di tutte le contemplazioni perché è come l’impronta dell’elefante: le impronte di tutti gli altri animali ci entrano dentro. Da Freud a Jung, attraverso il gioco, l’arte, il mito e soprattutto l’esperienza clinica del lutto, seguiremo tracce di quel viaggio evolutivo che l’Io intraprende orientandosi verso la stella del Sé, l’itinerario del percorso psicologico dell’individuazione, quel processo di trasformazione che coinvolge la psiche in tutta la sua interezza e che in ultima analisi, come dice Hilman, è una vera e propria una preparazione alla morte. Fiduciosi che nella notte non troveremo solo fantasmi, ma splendore di costellazioni.
"Oh mio Dio! ...È pieno di stelle". Perdita, morte e trasformazione. Itinerari, riflessioni ed esperienze cliniche al confine.
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Negro Elena La storia narrata è quella di un giovane paziente, intrappolato nel sintomo somatopsichico della compulsione a strapparsi ciocche di capelli, in una dimensione legata al corporeo ed all’arcaico registro del piacere e del dolore. Si tratta di un’area insimbolizzabile ed impensabile: rimanda alle antiche radici del rapporto primario ed a quell’insieme di ipotesi e significati mancati e non integrati che giungono dal materno, i quali conferiscono tridimensionalità all’esperienza immediata e non mediata del bambino. Alienarsi nell’esperienza sensoriale protegge dal pensare e dal sentire. Ma, attraverso la dinamica tra le opposizioni, la coscienza può cominciare a conoscere e conoscersi, trovare la propria misura, e sperimentare di poter sentire psichicamente.
Il fantasma e la sua reincarnazione. Il percorso di Matteo.
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Le immagini simboliche che sono emerse attraverso il gioco, come una sequenza di sogni, mettono in scena la complessità di un mondo interiore che fatica a trovare la propria forma nella vita. Ed è nel gioco che la sensorialità pura, unico mezzo di espressione di contenuti non ancora psichicizzati, incontra il suo opposto: il fantasma. Come spirito, complesso autonomo, testimone di una devitalizzazione ma speranza di rientrare nella dimensione umana perduta, il fantasma può essere guardato ed afferrato, compreso, per così animarsi e divenire un interlocutore.
Pepe Giusi Il riconoscimento e il funzionamento del maschile interiore nella donna, a partire dalla scoperta di C.G. Jung circa l’esistenza di una componente femminile nell’inconscio dell’uomo e di una componente maschile dell’inconscio della donna; a cui darà il nome, rispettivamente di Anima e Animus. E così che per la prima volta, la donna viene ad essere collocata su un piano di parità con l’uomo e, il suo essere diversa da lui non rischia più di venir interpretata come un’inferiorità costituzionale, che sottende dipendenza ed incapacità di autonomia. Viene preso in esame il caso clinico di una donna, in modo da poter osservare questa componente maschile in azione, attraverso il percorso psicologico, il materiale onirico e grafico. Si prendono poi in esame alcune fiabe, espressioni dell’inconscio collettivo, per comprendere più da più vicino e, in modo personificato e non contaminato dall’inconscio personale, il presentarsi delle varie forme dell’Animus nella donna. A questo punto, viene trattato il processo di trasformazione da Animus negativo ad Animus positivo, da complesso psichico parzialmente autonomo che si proietta all’esterno a funzione psichica rivolta all’interno; da predatore della psiche femminile a guida spirituale della donna. In conclusione, viene descritto uno schizzo della totalità del cammino evolutivo femminile.
L’Uomo interiore della Donna. Dall’Animus negativo all’Animus positivo e lo sviluppo del Femminile.
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